Il film, interpretato dallo stesso regista, dai figli Brontis, Cristobal e Adan, da Pamela Flores (la madre Sara) e Jeremias Herskovits (Alejandro bambino), è in sala dal 30 ottobre

La danza della realtà di Jodorowsky

  Cultura e società  

Guardare un film di Jodorowsky è un po’ come arrivare ad una malga di montagna, bere del latte appena munto e capire che quello è il vero latte, non il liquido bianco che compriamo al supermercato, anche se confezionato in bei cartoni colorati e reclamizzato con slogan come Alta digeribilità, Aggiunta di vitamine o quant’altro. Così per gli appassionati di cinema la vera arte è quella degli Jodorowsky o dei Fellini, non certo quella dei kolossal hollywoodiani.

La danza della realtà è un esercizio di autobiografia immaginaria, dove Jodorowsky rievoca la propria infanzia nella cittadina cilena di Tocopilla, dove nacque nel 1929 e dove si confrontò con una realtà molto dura e violenta, in mezzo a uomini mutilati dagli incidenti in miniera e dalle esplosioni della dinamite.

Anche l’ambientazione è assolutamente reale, il film è stato girato proprio a Tocopilla, che non è praticamente cambiata da 80 anni a questa parte. Lì il piccolo Alejandro ebbe un’infanzia tormentata: nessun amico tra gli altri bambini a causa del suo aspetto fisico (di pelle bianca, essendo figlio di emigrati ebrei russi, nel bel mezzo di un territorio popolato di indios), dominato da un padre autoritario deciso a farne un vero macho e con una madre che lo amava ma era succube del marito.

Jodorowsky utilizza il film come una specie di bacchetta magica, con la quale riesce a creare un universo poetico ed onirico, e a trasformare ciò che avvenne davvero nella sua infanzia in quello che lui o i suoi genitori avrebbero voluto che avvenisse. Così la madre, che sognava di diventare cantante lirica, nel film si esprime sempre cantando da soprano. Il padre, vestito in una divisa di stile sovietico come Stalin, che in effetti il padre ammirava da convinto comunista quale era, trova nel film il coraggio di tentare un attentato contro il dittatore cileno Ibáñez, cosa che il padre vero aveva sempre sognato di fare senza mai riuscirci.

In La danza della realtà l’attentato però non riesce, anzi il padre di Jodorowsky finisce per salvare la vita al dittatore e da qui ha inizio una seconda parte del film, che non è più autobiografica ma permette al regista di immaginare una vera e propria odissea che il padre avrebbe vissuto prima di ricongiungersi alla famiglia.

In questa fase, in una specie di avventura alla Forrest Gump, il padre incontra tutta una galleria di personaggi un po’ di fantasia e un po’ ispirati alla vera storia cilena. Lo vediamo così prima alle prese con un corteo di simpatizzanti nazisti, presenti in Cile negli anni ’30, poi con violenti militari locali e sinistri consiglieri nordamericani simbolo degli anni bui di Pinochet.

Il tutto sempre con una visione molto fantastica e onirica, piena di allusioni, suggestioni, metafore, in un universo visivo barocco e delirante. Non sorprende dunque che Jodorowsky abbia dovuto praticamente finanziare lui stesso la produzione e ricorrere in larga misura per il cast a parenti ed amici. Jodorowsky, che nei suoi 45 anni di carriera ha prodotto appena sette film, ha sempre rifiutato di fare del cinema commerciale, e detesta il mondo del cinema di Hollywood dove la bellezza di un film si misura quasi sempre in termini di budget di produzione e fama degli attori protagonisti. Il suo cinema è sempre stato una lotta contro l'industria, ma la sua fama è immensa nella cerchia degli amanti delle originalità cinematografiche.

Per la sua abbondante immaginazione e il potere delle sue immagini Jodorowsky è un cineasta consacrato, di cui ogni film è la traccia di un'avventura, di una visione o di un'esperienza ancora più folle, spaventosa o pericolosa, paragonabile in questo a Dario Argento o a Werner Herzog.

Ugo Dell’Arciprete

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