L’artista, la committenza e la sua fortuna a Padova in esposizione fino all’11 gennaio 2015

Padova, Musei Civici agli Eremitani: Veronese e Padova

  Cultura e società  

Dai capolavori patavini di Veronese, alla rivisitazione barocca delle sue scenografiche invenzioni: l’eredità di un grande artista in mostra a Padova.

In mostra anche l’ “Ascensione di Cristo” di Veronese, dalla Chiesa di San Francesco, oggetto alla fine del Cinquecento del furto clamoroso della parte inferiore. Per la prima volta, torna a Padova la grande porzione trafugata, identificata solo negli anni Sessanta del Novecento in un‘opera dell’Arcidiocesi di Olomouc in Boemia. Il cromatismo limpido e armonioso, gli audaci impianti architettonici, la forza scenografica delle composizioni, perfino l’intensa drammaticità nei soggetti sacri dell’ultimo periodo: quella di Paolo Veronese è stata una pittura potente e di straordinaria forza comunicativa, capace di influire sulla produzione artistica di tanti contemporanei e d’intere generazioni d’artisti, ovunque egli sia stato chiamato ad operare. Fu così anche a Padova, città con la quale Veronese ebbe intensi rapporti a partire dal 1556 - soprattutto grazie all’illuminata committenza dei benedettini - apportando nuova linfa alla civiltà figurativa locale.

Da allora non fu più possibile prescindere dall’esperienza veronesiana che diverrà termine fondamentale di confronto per i nuovi protagonisti della scena locale.

La mostra, promossa per ricordare l’arte del grande maestro dal Comune di Padova, Assessorato alla Cultura e Turismo - Musei Civici e Biblioteche di Padova - con Mibact-Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici per le Province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, Ministero dell'Interno Fondo Edifici di Culto, Regione del Veneto, la collaborazione della Fondazione Antonveneta e il sostegno di Fischer Italia, Cassa di Risparmio del Veneto, Gruppo ICAT e SKIRA capofila ATI - prende dunque le mosse proprio dai capolavori di Paolo Veronese conservati a Padova, riuniti per l’occasione nelle sale dei Musei Civici agli Eremitani, fino all’11 gennaio 2015, con la sola eccezione dell’inamovibile Pala di Santa Giustina.

Una sorprendente riflessione sul lascito di uno dei maggiori artisti del Cinquecento, che prosegue in un denso excursus tra eredi, emuli e interpreti dello spirito e delle invenzioni veronesiane nel contesto patavino tra il XVI e il XVII secolo: dal fratello Benedetto Caliari e i figli Carletto e Gabriele - gli Heredes Pauli operosi anche a Santa Gustina - a Giovanni Battista Zelotti, Dario Varotari, Lodovico Pozzoserrato e Giovanni Battista Bissoni.

In risposta alla pittura d’ispirazione tizianesca del Padovanino, Pietro Damini lavora in termini veronesiani, mentre, con l’avanzare del Seicento, Girolamo Pellegrini - punto d’incontro tra la tradizione romana cortonesca accolta dal Liberi e quella veneta - il pittore fiammingo Valentin Lèfevre, Giovanni Antonio Fumiani e Sebastiano Ricci individuano l’opera di Veronese quale elemento fondante per la nascita del Rococò nel Veneto e la sua diffusione su scala europea.

Nell’insieme circa cinquanta dipinti e una quarantina di stampe tratte dai lavori del pittore, per raccontare “Veronese e Padova. L’artista, la committenza e la sua fortuna” a cura di Davide Banzato, Giovanna Baldissin Molli ed Elisabetta Gastaldi.

Una vicenda intensa, che prende avvio verso la metà degli anni ’50 quando Paolo viene chiamato dal Vescovo di Padova Francesco Pisani a realizzare la “Trasfigurazione” (1556) per l’altare del duomo di Montagnana ove il prelato aveva una villa, e in seguito dalla famiglia Contarini, che secondo le fonti possedeva in una delle residenze padovane opere di Veronese.

La mostra vanta anche due assolute rarità nel corpus veronesiano, entrambe di proprietà dei Musei Civici, come la Crocefissione unica opera nota su lavagna di Paolo Veronese - dipinta per i benedettini all’inizio degli anni Ottanta - e la Maddalena e l’angelo (1582 c.), un incompiuto, un pensiero steso velocemente sulla tela, d’estremo interesse per comprendere la tecnica seguita da Caliari negli ultimi anni e che evidenzia come l’artista realizzasse con grandissima sicurezza, nella stessa fase, ombre e luci - come nota Davide Banzato - in vista di un punto d’arrivo che dentro di se aveva ben individuato”, affidando al colore “una funzione creativa nel progressivo procedere della definizione del dipinto.

Interessante è l’autoritratto che Paolo Veronese inserisce nell’Ultima Cena, opera tarda realizzata insieme alla bottega e probabilmente destinata al refettorio del convento dei Cappuccini: una tela dall’atmosfera cupa e difforme che l’artista trae forse dalla coeva pittura di Tintoretto.

Eccezionale è infine la presenza nel percorso della mostra dell’Ascensione di Cristo, databile 1575, proveniente dalla Chiesa di San Francesco a Padova. Si tratta di un’opera chiave per l’impianto protobarocco, che avrà un notevole seguito negli esiti successivi di Paolo e della bottega e che fu al centro poco dopo di una singolare vicenda di furti ed esportazioni illecite.

La parte bassa dell’opera - identificata negli Undici Apostoli ora nell’Arcidiocesi di Olomouc in Repubblica Ceca - venne infatti “da un rapace umano dal mezzo in giù tagliata”, secondo la colorita ricostruzione del Ridolfi.

Rubata l’importante porzione di tela, sarà affidato a Pietro Damini nel 1625 il compito di reintegrare il dipinto, essendo egli, allora, il più qualificato interprete dello stile veronesiano.

Dopo quasi 400 anni, ora la parte trafugata tornerà a Padova e potrà essere raffrontata con il Cristo veronesiano e con l’invenzione di Damini.

eredità lasciata da Paolo Veronese, il seme gettato con le sue scenografiche creazioni continuava a dare i suoi frutti.

La fortuna veronesiana è testimoniata in mostra anche da un nucleo notevolissimo di stampe tratte dalle sue opere, selezionate nella collezione dei musei civici patavini e rappresentative di buona parte della tematiche del pittore veneto. Preziosi fogli, che portano la firma di grandi incisori italiani e stranieri dal Cinquecento all’Ottocento, come Carracci, Lefèvre, Cochin, Wagner, Zanetti, Jackson, Monaco, Zancon e altri; importanti strumenti filologici e critici e, talvolta, unica testimonianza iconografica esistente per lavori dispersi o distrutti.

Accompagnato da un ricco catalogo edito da Skira, il grande evento espositivo di Padova è arricchito da un Itinerario di approfondimento, che includerà la basilica di S. Giustina e la Sala della Carità a Padova, il convento di Praglia, villa Roberti a Brugine, e il castello del Catajo, evidenziando la diffusione dell'arte veronesiana nella decorazione d’interni.

Info: Veronese e Padova. L’artista, la committenza e la sua fortuna - Museo Civico agli Eremitani, Padova - fino 11 gennaio 2015.

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