Arte, cinema, musica e fotografia da Picasso a Basquiat fino al 15 febbraio 2009

Al MartRovereto Il Secolo del Jazz

  Cultura e società  

Il grande evento espositivo 2008 - 2009 “Il Secolo del Jazz” proporrà ai visitatori del Mart un tema nuovo per la museografia italiana e dunque di grande interesse culturale: la relazione tra arte e musica. Come è tradizione degli eventi autunnali del museo, anche questa mostra vuole aprire un approfondito dibattito critico su uno degli intrecci epocali più curiosi e interessanti del XX secolo: il jazz non fu infatti solo uno straordinario genere musicale, che rivoluzionò i canoni tradizionali della musica, ma rappresentò anche un nuovo modo d’essere della società del ‘900 e un fenomeno che influenzò profondamente la storia artistica del secolo scorso.

“ Il Secolo del Jazz” è in programma al Mart di Rovereto dal 15 novembre 2008 al 15 febbraio 2009. L’esposizione è co-prodotta dal Mart con il museé du quai Branly di Parigi e il Centre de Cultura Contemporània de Barcelona. E’ a cura di Daniel Soutif, con il sostegno scientifico dei responsabili delle istituzioni, Gabriella Belli, per il Mart, Heléne Cerutti per il museé du quai Branly e Josep Ramoneda, per il CCCB.

La musica jazz è una delle espressioni più importanti del XX secolo: nuovi ritmi, colori, e linguaggi sonori – nati da uno storico confronto tra diverse culture – hanno segnato ogni aspetto della scena artistica mondiale.La grande esposizione autunnale del Mart “Il Secolo del Jazz”, propone una lettura multidisciplinare di questa storia complessa e affascinante, coinvolgendo il pubblico in un mondo di suoni che ha colorato tutte le altre arti, dalla pittura alla fotografia, dal cinema alla letteratura, senza dimenticare la grafica e il fumetto.

L’esposizione è articolata cronologicamente intorno a una timeline lungo la quale si snodano, anno dopo anno, i principali momenti della storia del jazz. Spartiti, affiches, dischi, riviste e giornali, libri, fotografie e altri memorabilia evocano i numerosi episodi del periodo storico considerato. Dalle partiture “the Banjo” di Gottschalk a “Nobody” di Bert Williams (1905) – successi che precedono l’avvento del misterioso termine “jazz” – ai manifesti per il “Gran Bal Dada” del 1920, fino a quelli di Joel Shapiro per il Lincoln Center (1996). Un filo rosso scandito ovviamente da una vastissima documentazione sonora, passando per dischi, concerti e registrazioni fondamentali, come quella di “Strange Fruit” da parte di Billie Holiday, nel 1939.

Questa “timeline” oltre che sonora è spesso anche audiovisiva, e guida il visitatore da una sala all’altra. Lungo tutto il percorso espositivo si aprono infatti piccole mostre autonome che si propongono di mettere in evidenza i rapporti tra il jazz e le altre arti.

Nel corso degli anni i momenti di incontro tra il jazz e le arti visive nobili o meno nobili, alte o basse, sono stati moltissimi, come dimostrano le piccole esposizioni tematiche o monografiche di approfondimento.

Francis Picabia, Man Ray, Janco, Theo Van Doesburg sono tra i primi artisti ad accogliere con entusiasmo la nascente musica afro-americana, seguiti a ruota da molti altri artisti come Otto Dix, Jan Matulka o Frantisek Kupka.

Ad Harlem un nutrito gruppo di talenti – scrittori come Langston Hughes o Claude McKay, pittori come Aaron Douglas, Palmer Hayden, Archibald Motley jr., William H. Johnson, Winold Reiss e altri – inaugurano la celebre “Harlem Renaissance”, con il sostegno di personalità bianche affascinate dalla cultura nera quali – tra gli altri – Carl van Vechten, che le renderà omaggio con un celebre romanzo, “Nigger Heaven” (1926).

Il jazz, tuttavia, non infiamma solo gli artisti neri della “Harlem Renaissance”, ma diventa una fonte d’ispirazione rivendicata da molti pittori modernisti americani degli anni venti e trenta. Le opere astratte di Arthur Dove o quelle più ambigue di Stuart Davis costituiscono, tra le tante produzioni, un esempio emblematico.

Conquistato dal jazz e dalla danza fu Piet Mondrian, appassionato in particolare dei ritmi indiavolati dei pianisti di boogie woogie di cui possedeva i dischi. Dopo il fox trot alla fine degli anni venti, questa musica influenzò direttamente i suoi ultimi capolavori newyorkesi.

Poco più tardi, un altro pittore di prima grandezza, Henri Matisse, intitolerà Jazz uno dei libri d’artista più noti del XX secolo.

Il rapporto privilegiato tra jazz e arte si intensifica ulteriormente nel dopoguerra. Spesso senza il minimo intento illustrativo, i pittori astratti tentano di ritrovare sulla tela la spontaneità e l’improvvisazione propria dei musicisti. È il caso, per esempio, di Jackson Pollock, i cui “drippings” sono spesso eseguiti con la musica jazz in sottofondo. Nessuna sorpresa, dunque, che Ornette Coleman utilizzi il “White Light” dell’artistaper illustrare la copertina del suo celebre album “Free Jazz (A Collective Improvisation)”, capostipite del Free Jazz.

Certi artisti, come Larry Rivers, si cimentano in modo più o meno regolare nella pratica di uno strumento. Sassofonista di tutto rispetto, Rivers non manca di evocare la pratica musicale in molte delle sue tele.

Questi musicisti-pittori non devono tuttavia impedire di considerare attentamente che dopo l’estinzione della Harlem Renaissance e la fine della seconda guerra mondiale numerosi artisti di grandissimo talento mantengono alta la fiaccola della creazione artistica africana-americana, molto spesso in rapporto diretto con il clima musicale proprio del jazz. Da Romare Bearden a Jean-Michel Basquiat, la creatività nera nel dopoguerra e nel periodo contemporaneo non cessa di crescere e perfezionarsi, assumendo una specificità sempre più marcata.

Celebrata da un’esposizione al Whitney nel 1998, la memoria di Bob Thompson, artista meteorico ispirato sia dalla Free Music, sua contemporanea, sia dall’Italia del Rinascimento, non può essere dimenticata. Batterista a tempo perso, Thompson, prima della sua recente riscoperta da parte del mondo dell’arte, era famoso tra gli amanti del jazz, a causa di una suite che il sassofonista Archie Shepp gli aveva dedicato.

Il parallelismo, a una ventina d’anni di distanza, tra due carriere troppo brevi ha talvolta giustificato l’avvicinamento di questo notevole artista e di Jean-Michel Basquiat.

Infine, attorno agli anni sessanta, divenuti pop, minimali, concettuali, “poveristi”, in una sola parola contemporanei più che moderni, molti artisti attingono comunque, ciascuno a suo modo, al jazz e dintorni.

Più di ogni altra musica il jazz ha suscitato l’interesse dei fotografi. Alcuni, come Herman Leonard o William Claxton, ne fanno una vera e propria specialità e gli devono la loro fama. Altri, destinati a essere ricordati come i più rappresentativi del secolo, gli dedicano una parte importante della loro carriera.

Il lavoro di Lee Friedlander per la casa discografica Atlantic è ricordato da una trentina di dischi, tra cui veri e propri monumenti della storia del jazz con “Giant Steps” di John Coltrane o “In a Silent Way” di Miles Davis. Tra gli altri nomi di fotografi presenti in mostra vanno ricordati Roy DeCarava, Giuseppe Pino, Roberto Masotti e Guy Le Querrec.

Al di là dei grandi classici del cinema che, da “Ascenseur pour l’échafaud” a “La Notte”, hanno utilizzato il jazz sia come protagonista che come colonna sonora, esiste una moltitudine di “Soundies” — questi cortometraggi musicali sono gli antenati dei nostri videoclip e sono stati girati per la maggior parte intorno agli anni Trenta e Quaranta — e un numero non meno considerevole di trasmissioni televisive, tra cui la mitica serie francese con Johnny Staccato, il pianista –investigatore, interpretato dall’indimenticabile John Cassavetes. Una selezione molto nutrita di questo ricchissimo materiale audiovisivo assicura la dimensione sonora e vitale dell’esposizione.

Il cinema d’animazione – come Clean Pastures di Friz Freleng, senza dimenticare i tre porcellini alle prese con un grande lupo cattivo occasionale trombettista –  non è certo trascurato, come non lo è il cinema sperimentale rappresentato da una ricca selezione di capolavori firmati da Norman McLaren, Charles e Ray Eames.

Come altre arti dello spettacolo, il jazz ha ampiamente ispirato grafici e illustratori: affiche, inserti pubblicitari, prospetti, programmi di concerti.

Tuttavia, a partire dal 1939, anno in cui Alex Steinweiss lancia per la Columbia la copertina del disco, una sequenza interminabile di piccoli capolavori “illustra” la musica nello spazio limitato — ma estremamente ispiratore — del quadrato di cartone che avvolge i supporti prima di gommalacca, poi di vinile, cari agli appassionati.

Le copertine di Steinweiss vengono celebrate nel 1941 nella rivista di design PM Magazine. In mostra anche le copertine disegnate da Jim Flora, o Marvin Israel, le illustrazioni di Ben Shahn, David Stone-Martin o del francese Pierre Merlin. Il lavoro di questi artisti mostra come il contributo della grafica all’estetica del jazz sia stato fondamentale.

Alcuni di questi personaggi talvolta giocavano su più fronti; come Burt Goldblatt, le cui innumerevoli copertine lo mostrano di volta in volta fotografo, disegnatore o grafico. Questa musica dunque sembra essere un’instancabile fonte d’invenzione: dalla tipografia d’ispirazione svizzera al kitsch, passando per le infinite variazioni sul tema dell’arte moderna. Una nota particolare meritano le diverse copertine di dischi realizzate da un giovane Andy Warhol, tra cui quelle per Kenny Burrell e Johnny Griffin.

Arte molto vivace, anche il fumetto ha riconosciuto nel jazz tematiche atte a nutrire le sue vignette.

Da Joost Swarte, discendente distaccato e ironico dell’arte moderna, a Loustal, a Louis Joos, a Muñoz & Sampayo, molti disegnatori di fumetti hanno raccontato a loro modo le storie, piccole o grandi, della musica nera americana.

Guido Crepax è presente in mostra non solo con fumetti come “L’uomodi Harlem”, ma anche con la copertina di “Charlie Parker Plays”, disegnata attorno al 1953.

“Il Secolo del Jazz” non dimentica naturalmente la dimensione europea dell’effetto jazz. Questa musica sincopata infatti invade l’Europa sin dagli esordi. È noto per esempio che l’arrivo a Parigi della “Revue Nègre” e di Joséphine Baker segnano profondamente gli anni del primo dopoguerra, immortalati in pubblicazioni come “Le Jazz Hot”, del 1934, di Hugues Panassié.

Allo stesso modo, senza l’apporto del jazz la rive gauche e la vita artistica o intellettuale degli anni cinquanta sarebbero ben differenti. È sufficiente nominare Boris Vian, che fu direttore di “Jazz News”, per evocare questo periodo della cultura francese che naturalmente viene trattato in mostra con un’attenzione del tutto particolare. D’altronde la Francia non è forse teatro di una vera e propria guerra, se non di religione, di clan scatenati dall’invenzione del Be-Bop?

Il medesimo scompiglio travolge ugualmente l’Italia e la Spagna. Là come altrove, concerti, dischi e riviste specializzate, alimentano la cronaca locale di una vita musicale che ispira artisti importanti quali Lucio Fontana, Renato Guttuso e Pino Pascali in Italia o, in Spagna, Antoni Tapiès.

numero verde 800 397 760

tel. +39 0464 438 887

Ulteriori informazioni: info@mart.trento.it -www.mart.trento.it.

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